La scatola

scatole

Ho sempre avuto la sensazione di vivere chiusa in una scatola.
In questo oggetto, semplice e disadorno, ci sarebbe un mondo immaginario, che a prima vista sembra fantastico ed eccitante.
Ma se ti avvicini vedi quanto sia ansiogeno e pieno di morte, come un fantasma che bussi alla porta di una casa in festa.
Mi sono sentita un fantasma a lungo.
Ora quell’alone spettrale intorno a me è evaporato.
Il tempo della morte quotidiana è finito: voglio vivere il più a lungo possibile.

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La scatola ha varie dimensioni.
Può essere infinita: tutto è nella scatola e la scatola è tutto.
Può essere minuscola: è solo una parte di te, magari piccolissima. Così piccola che non la senti nemmeno.
Talvolta ha dimensioni medie ma precisissime: coincidono con la forma del tuo corpo.
Succede: in quel momento tu sei la scatola.
Senza accorgertene ti ritrovi steso sul letto a dibatterti, nel disperato tentativo di scoperchiarti.
Ad un certo punto non aspiri neanche più alla libertà, ti basterebbe una fessura per respirare.
Finché non pensi: “OK, ora sono stato dentro abbastanza. Posso muovermi almeno un po’, solo un pochino”
E allora, con fatica, ti alzi.
Il mondo è ancora lì. È andato avanti mentre tu eri chiuso.
Mentre ti stavi punendo perché potresti aver fatto e potresti aver detto.
Già, potresti.
La scatola ha varie dimensioni, ma non si trova in nessuna: spazio e tempo non possono contenerla.
Perciò quando assume il tuo contorno pensare al tempo ed allo spazio può aiutare.
Di’: “È TANTO che sono fermo!”
Oppure: “Sono stato in questo punto a lungo. Sono stato solo qui. E ci sono stato da solo”
Quando ti sarai mosso un po’, ti accorgerai che ti stavi punendo per qualcosa che…
Cazzo, cos’era?
Non lo saprai mai.
Paradossalmente capita di tormentarsi anche per la tendenza a frequentare la trappola: è la sola colpa che ricordo sempre, dopo ogni evasione.
Lo facciamo perché pensiamo di essere in un certo modo, in un certo mondo, e perché crediamo di non poter cambiare.

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Tra i ricordi più vividi della mia infanzia c’è un film di cui non ho mai conosciuto né il titolo né il regista.
Racconta la storia di un uomo dominato dalla convinzione che la moglie viva in una scatola. I suoi amici più intimi gliela porgono e lo persuadono del fatto che la donna sia vittima di un incantesimo.
Lui cerca di renderla partecipe della vita intorno: le narra storie e luoghi, le canta canzoni e la coccola con moine e carezze.
Naturalmente quella scatola è solo un contenitore vuoto. Gli amici iniziano a preoccuparsi.
Confessano tutto, non c’è nessuna magia, era solo uno scherzo. La moglie torna e lo rassicura sulla propria esistenza.
L’uomo li lascia senza proferire parola, stringendo la scatola a sé.
Tornato a casa riprende il discorso da dove l’aveva interrotto.
La sua narrazione continua giorno dopo giorno, finché la morte arriva improvvisa: si addormenta sull’oggetto inerte, apparentemente felice.

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Viviamo nell’amore delle definizioni.
La società definisce in continuazione: normale, anormale, femminile, maschile, successo, fallimento, progresso, futuro.
È come un sarto che ci misuri in continuazione.
I vestiti confezionati variano e sono sempre gli stessi: vestiti di eleganza e menefreghismo per le feste, un buon abito di modestia per i premi, veli di rassicurazione per le lacrime altrui (perfetti per nascondere l’egoismo od il piacere), veli di felicità per le proprie ed altri.
Chi trasgredisce queste mode viene ridicolizzato e talvolta emarginato, perché pone domande cui nessuno sa rispondere.
È comodo, in fondo, vivere nelle definizioni.
Io sono un medico, io sono avvocato, sono dentista, sono presidente…
Il medico cura l’organo in difetto senza osservare l’organismo, il disegno d’insieme.
L’avvocato sente di poter decidere la sorte altrui, e in effetti può farlo anche se è prigioniero della propria, quella di criminale legalizzato.
Il dentista poi cura il sorriso, il nostro accessorio più bello. Donne, è arrivato il dentista!
Infine il presidente presiede a tutto questo: permette al gioco delle categorie di continuare, osservando, manipolando e giocando lui stesso.
Si diverte un mondo.
Si diverte con il mondo.
I dissidenti del Risiko umano spesso escono da una scatolina per inciampare nuovamente nelle generalizzazioni, cadendo così in un’altra trappola, più piccola ed intricata.
Soldatino rosa, non sei più quella di una volta, eh?
Adesso sei una persona nuova, una che giudica ed etichetta i soldatini blu.
Ti hanno promossa al rosso, che brava!
Il rosso fa figo in effetti: è un colore deciso e sta bene su tutte.
Ma io in una scatola rossa non ci vorrei vivere.
Ecco che torniamo alle scatole.
La società ci ha resi consumatori di una vita in scatola.
Ormai siamo a nostra volta prodotti, poco più che olive per l’insalata di riso isterico.
Anch’io, che mi spremo tanto, non sono altro che una fetta di limone nelle mani di un politico: acida presa da sola, perfetta accompagnata ad un drink.
Che fare quindi?
Non ho la risposta, ho un’altra domanda: sei felice?

Sbornia relativista

discoteca-comizio

 

Guardo un signore attempato seduto al bancone.
È un tipo strano: scrive in discoteca.
Il DJ ha messo la canzone di Giorgia mezz’ora fa e non sembra avere intenzione di toglierla.
All’inizio era divertente. Ora sono quasi isterica.
Uscirei immediatamente, ma quell’uomo mi incuriosisce troppo.
Mi avvicino. Lui mi guarda un attimo e poi torna subito a scrivere, immerso nel suo pensare.
Leggo i suoi appunti, non riesco a trattenermi.
Il testo è molto lungo.

“Io sono Gorgia.
Sono un uomo.
Sono il padre del relativismo.
Sono agnostico.
Io sono Gorgia!

È il gioco del pensiero unico: ci vogliono togliere tutto quello che siamo e che non siamo.
Perché anche se avessimo un’identità o delle radici noi saremmo privi di consapevolezza ed incapaci di difenderci dall’incomunicabilità dell’essere.
Vogliono che siamo Elettore 1, Elettore 2, Elettore 1, Elettore 2.

Dove Elettore 1 sta a destra e il 2 a sinistra.
A sinistra e a destra di cosa poi?
Cosa c’è al centro?
L’essere?
Il non-essere?
Entrambi?

La parola è necessaria, magnifica. Ma ora viene usata per istigare all’odio.
Chiedete di Bibbiano? Io dico invece: NO ALLA BIBBIA.
Dite aiutiamoli a casa loro? Io dico: siamo così sicuri che ci sia un loro ed un noi?
Di cosa è fatto questo noi?
Questo noi è solo un pensiero. Quindi, come tale, non può essere reale…”

Alzo lo sguardo verso di lui. Lo guardo negli occhi.

– È tutto molto bello, ma non ti ascolteranno mai. Preferiscono l’altra versione della canzone.

– Cosa? Quale canzone?

– Non senti questa musica? Cazzo, la stanno ballando tutti da mezz’ora!

Lui si concentra sulla musica. Si alza ed osserva le persone che ballano e si divertono come matte.
Prima è stupito. Poi la sua espressione si altera per lo spavento ed inizia a barcollare. Lo sorreggo e lo aiuto a sedersi. Poverino, sarà ubriaco o fatto.
Beve un sorso dal suo bicchiere, che è molto strano: è alto e grosso ed è decorato da una serie di piccoli specchi rettangolari. Sono disposti in file e colonne ordinate e lo ricoprono completamente.
All’improvviso mi guarda interessato.

– Senti ma cos’è esattamente un “cristiano”?

Scoppio nella mia solita risata contagiosa e sguaiata. Lui mi guarda stranito. Mi fa ancora male la pancia dal ridere, ma mi riprendo e torno seria.

– È una storia troppo lunga.

– Ma io…

– Non c’è tempo adesso. Ora dobbiamo cambiare le cose. Cosa dobbiamo fare per sopravvivere, per non piegarci al pensiero unico?

– Non lo so. Non ci è dato saperlo.

Abbassa lo sguardo sul bicchiere.

– Gorgia, ti sembra il momento di fare il nichilista? Dobbiamo fare qualcosa!

Mi guarda con rassegnazione, esasperato ed esasperante.

– L’uomo è preda delle circostanze e delle menzogne. Il suo destino è ignoto, avvolto nel mistero. Non l’hai ancora capito?

Roteo gli occhi.

– Come facevate allora ai tuoi tempi? Ve ne stavate con le mani in mano?

Il filosofo guarda di nuovo il bicchiere. Lo prende in mano, lo rigira, lo osserva. I riflessi generati dagli specchi lo affascinano.
Proprio quando sto per perdere la pazienza si volta verso di me.

– Hai ragione. Dovete fare qualcosa.

– Ecco. Cosa dobbiamo fare?

– Non posso dirtelo. Vorrei saperlo anch’io, ma la verità è che non lo so. Tu sei responsabile del tuo tempo. Tu devi pensarci.

Mi accorgo che sta scomparendo lentamente.

– No, ti prego, resta! Noi dobbiamo…

Afferro il suo braccio per trattenerlo, ma non ci riesco. Svanisce come vapore.
La canzone di Giorgia ora è un frastuono, hanno alzato il volume.
Guardo un attimo la folla danzante, poi cerco i suoi appunti. Sono scomparsi.
Il bicchiere è ancora lì. È l’unica cosa che mi rimane di lui.
Allungo la mano per prenderlo.

Mi sveglio di soprassalto: mio padre ha urlato dopo aver sbattuto in uno spigolo.
Mi dirigo in cucina, intontita.
Non so chi sono, ma sono triste.
Faccio per aprire il frigo, ma intravedo qualcosa di insolito.
Mi guardo intorno stranita.
Sul tavolo c’è qualcosa di familiare.
È un bicchiere grande e strano, ricoperto di piccoli specchi.
Forse sto ancora sognando.
Lo tocco e mi rendo conto che è reale: è proprio lì davanti a me, venuto da chissà dove per sorprendermi al mio risveglio.
È strana la vita.
Vorrei berne il contenuto, sembra solo acqua.
Ma non è mio, penso nella mia igiene paranoide.
Vabbè dai.
Lo bevo.
Gli occhi mi si inumidiscono velocemente ed inizio a piangere senza motivo.
Strano: di solito non sono così. Non di prima mattina almeno.
Cazzo… Forse c’era qualcosa in quel bicchiere.

 

 

 

20/11/2019

L’attesa

– Salve. Lei cosa aspetta?
– È un treno particolare. Non passa spesso.
– Perché? Che treno è?
– È il treno del viaggio interiore. L’ispirazione non viene tanto facilmente.
– Da quanto aspetta? Ha l’aria di aspettare da una vita…
– In un certo senso è così. Sa, l’ispirazione viene ogni tanto, ma io vorrei… Di più. Vorrei quella giusta. Sto ancora aspettando l’idea che mi renderà uno scrittore famoso.
– E nella vita? L’ha trovata?
– Cosa?
– Quella giusta.
– No, non ancora.
– Cosa pensa di me?
– Beh… Me ne sono accorto.
– È così evidente?
– Sì… Ogni volta che mi siedo qui lei è al bar di fronte. Sempre allo stesso tavolo. E ogni volta che i nostri sguardi si incontrano lei guarda da un’altra parte.
– Quando mi ha scoperta?
– Ahahah… Non ricordo più ormai… Saranno passati tre mesi… Minimo!
– Non faccia lo sbruffone! Anche lei mi guarda!
– Certo. Lei è bella.
– Davvero?!?
– Sì… E non solo esteriormente. Lei è proprio bella. Ha un’anima vivace e profonda, si vede.
– Grazie…
– Non mi ringrazi: è vero! E lei cosa pensa di me?
– Vediamo… Beh, certamente avevo capito il suo tipo di anima: tra artisti ci si riconosce… Lei scrive e basta?
– Disegno anche.
– Ah! Anch’io. Sono anche un’attrice però.
– Affascinante. In effetti si vede: ha uno sguardo magnetico e profondo. Lo sguardo di una donna che ha molte storie da raccontare.
– Per esempio?
– Per esempio che per molto tempo si è sentita incompresa e ha recitato nella vita. Costruendosi un personaggio… Facendo finta… Ma poi è arrivato quel giorno. Quel giorno in cui tutto è cambiato ed ha iniziato a sentire e a vivere per davvero… Mi chiedo… Chissà cosa è stato? Cos’è che l’ha fatta tornare a vivere?
– Ah… Non ci crederebbe mai…
– Me lo dica! Sono troppo curioso…
– Beh, la mia vita è ricominciata da quando mi siedo in quel bar, là di fronte. Ogni mattina prendo solo una brioche e un po’ d’acqua, che non sono neanche un granché… Ma quando lei viene a sedersi qui ed io posso iniziare ad osservarla mi sento di nuovo viva, mi sento un’altra. Sì… Non pensavo di dirglielo, però… Io credo di amarla!
– Allora perché non è venuta prima a parlarmi?
– Perché l’ho sentito solo oggi.
– Che mi ama?
– No. Che mi ama anche lei.
– Sì, è vero: la amo come non ho mai amato nessun’altra.
– Sono quella giusta, allora?
– Ormai non m’importa più di trovare quella giusta. Lei è tutto per me… E non m’importa se sia giusto o no: io la amo. La amo oltre la giustizia di questo mondo. La amo. La amo talmente tanto da avere paura dei miei sentimenti. Ma so che non devo avere paura, altrimenti perderò la storia che ho sempre cercato.
– La storia che farà di lei uno scrittore famoso?
– La storia che farà di me un uomo.

 

6/1/2018