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Il nostro male è fiorito
ma è tardi, troppo

Per farne un Eden

Per farne un Inferno

Per farne un harem.

La Terra esplode
muore e gode

Lo teniamo fra le mani
questo buco nero al contrario.

Poi ce lo passiamo
con un abile palleggio
complottista
realista
ecologista
qualunquista.

Parlami pallina
finché ti tengo
finché ci tengo
e non mi spengo.

Io ti parlo ma non mi senti
ti nutro ma mi menti
Ti menti
e dimentichi
la storia
la gloria
la gioia
del Piacere
Sì, vivere è un piacere
e tu te ne freghi
ti ubriachi col Dolore
Ma sarò troppo calda
per le tue mani fredde
sarò troppo veloce
per le tue gambe stanche
Sarò senza di te
Mi calerò dalla tua Croce
Rotolerò verso l’Infinito
Ti lascio la Croce
ti lascio la Pace
E l’ultima parola
puoi dirla alla Morte
mentre te la scopi.

Così l’Uomo esplode
muore e gode

Di lui rimane l’oblio
Una meta mancata

Una metafora che obliqua
fugge il telescopio

e lo taglia a metà.

 

 

 

 

23/12/2019

 

 

Immagine: René Magritte, Il doppio segreto

La coperta

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Il sole è uscito dalle quinte
le stelle hanno lasciato il palco
il cielo ha calato il sipario

Sei l’unico spettacolo per me
l’unica meraviglia possibile

Vorrei stringerti come se fossi con me
Come se questo vino potesse
Saziarmi
dissetarmi
bastarmi

Per non prometterti il mio amore eterno
Per non amarti pur di averti
Farei di tutto

Ma ti ho sognato tutta la notte
Per te ho scritto ogni poesia

E il mio amore è una coperta
Vorrei che ti proteggesse
vorrei avvolgesse

Il nostro noi
silenzioso nel buio urlante

Si prepara ai tempi freddi

 

 

 

 

 
14/12/2019

 

 

Immagine: René Magritte, Gli amanti

La scatola

scatole

Ho sempre avuto la sensazione di vivere chiusa in una scatola.
In questo oggetto, semplice e disadorno, ci sarebbe un mondo immaginario, che a prima vista sembra fantastico ed eccitante.
Ma se ti avvicini vedi quanto sia ansiogeno e pieno di morte, come un fantasma che bussi alla porta di una casa in festa.
Mi sono sentita un fantasma a lungo.
Ora quell’alone spettrale intorno a me è evaporato.
Il tempo della morte quotidiana è finito: voglio vivere il più a lungo possibile.

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La scatola ha varie dimensioni.
Può essere infinita: tutto è nella scatola e la scatola è tutto.
Può essere minuscola: è solo una parte di te, magari piccolissima. Così piccola che non la senti nemmeno.
Talvolta ha dimensioni medie ma precisissime: coincidono con la forma del tuo corpo.
Succede: in quel momento tu sei la scatola.
Senza accorgertene ti ritrovi steso sul letto a dibatterti, nel disperato tentativo di scoperchiarti.
Ad un certo punto non aspiri neanche più alla libertà, ti basterebbe una fessura per respirare.
Finché non pensi: “OK, ora sono stato dentro abbastanza. Posso muovermi almeno un po’, solo un pochino”
E allora, con fatica, ti alzi.
Il mondo è ancora lì. È andato avanti mentre tu eri chiuso.
Mentre ti stavi punendo perché potresti aver fatto e potresti aver detto.
Già, potresti.
La scatola ha varie dimensioni, ma non si trova in nessuna: spazio e tempo non possono contenerla.
Perciò quando assume il tuo contorno pensare al tempo ed allo spazio può aiutare.
Di’: “È TANTO che sono fermo!”
Oppure: “Sono stato in questo punto a lungo. Sono stato solo qui. E ci sono stato da solo”
Quando ti sarai mosso un po’, ti accorgerai che ti stavi punendo per qualcosa che…
Cazzo, cos’era?
Non lo saprai mai.
Paradossalmente capita di tormentarsi anche per la tendenza a frequentare la trappola: è la sola colpa che ricordo sempre, dopo ogni evasione.
Lo facciamo perché pensiamo di essere in un certo modo, in un certo mondo, e perché crediamo di non poter cambiare.

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Tra i ricordi più vividi della mia infanzia c’è un film di cui non ho mai conosciuto né il titolo né il regista.
Racconta la storia di un uomo dominato dalla convinzione che la moglie viva in una scatola. I suoi amici più intimi gliela porgono e lo persuadono del fatto che la donna sia vittima di un incantesimo.
Lui cerca di renderla partecipe della vita intorno: le narra storie e luoghi, le canta canzoni e la coccola con moine e carezze.
Naturalmente quella scatola è solo un contenitore vuoto. Gli amici iniziano a preoccuparsi.
Confessano tutto, non c’è nessuna magia, era solo uno scherzo. La moglie torna e lo rassicura sulla propria esistenza.
L’uomo li lascia senza proferire parola, stringendo la scatola a sé.
Tornato a casa riprende il discorso da dove l’aveva interrotto.
La sua narrazione continua giorno dopo giorno, finché la morte arriva improvvisa: si addormenta sull’oggetto inerte, apparentemente felice.

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Viviamo nell’amore delle definizioni.
La società definisce in continuazione: normale, anormale, femminile, maschile, successo, fallimento, progresso, futuro.
È come un sarto che ci misuri in continuazione.
I vestiti confezionati variano e sono sempre gli stessi: vestiti di eleganza e menefreghismo per le feste, un buon abito di modestia per i premi, veli di rassicurazione per le lacrime altrui (perfetti per nascondere l’egoismo od il piacere), veli di felicità per le proprie ed altri.
Chi trasgredisce queste mode viene ridicolizzato e talvolta emarginato, perché pone domande cui nessuno sa rispondere.
È comodo, in fondo, vivere nelle definizioni.
Io sono un medico, io sono avvocato, sono dentista, sono presidente…
Il medico cura l’organo in difetto senza osservare l’organismo, il disegno d’insieme.
L’avvocato sente di poter decidere la sorte altrui, e in effetti può farlo anche se è prigioniero della propria, quella di criminale legalizzato.
Il dentista poi cura il sorriso, il nostro accessorio più bello. Donne, è arrivato il dentista!
Infine il presidente presiede a tutto questo: permette al gioco delle categorie di continuare, osservando, manipolando e giocando lui stesso.
Si diverte un mondo.
Si diverte con il mondo.
I dissidenti del Risiko umano spesso escono da una scatolina per inciampare nuovamente nelle generalizzazioni, cadendo così in un’altra trappola, più piccola ed intricata.
Soldatino rosa, non sei più quella di una volta, eh?
Adesso sei una persona nuova, una che giudica ed etichetta i soldatini blu.
Ti hanno promossa al rosso, che brava!
Il rosso fa figo in effetti: è un colore deciso e sta bene su tutte.
Ma io in una scatola rossa non ci vorrei vivere.
Ecco che torniamo alle scatole.
La società ci ha resi consumatori di una vita in scatola.
Ormai siamo a nostra volta prodotti, poco più che olive per l’insalata di riso isterico.
Anch’io, che mi spremo tanto, non sono altro che una fetta di limone nelle mani di un politico: acida presa da sola, perfetta accompagnata ad un drink.
Che fare quindi?
Non ho la risposta, ho un’altra domanda: sei felice?